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sabato 18 aprile 2015

L'età vittoriana




Se c’è una figura che rappresenta il Regno Unito, quella è la Regina. Dal 1952 sul trono siede Elisabetta II, figlia di re Giorgio VI. Il suo, senza dubbio, è un regno lunghissimo, ma non ha ancora superato il record detenuto dalla regina Vittoria, che regnò dal 1937 al 1901.
Quei sessantaquattro anni, che sono passati alla storia come Età vittoriana, furono un periodo artisticamente molto fiorente, basti pensare che fu proprio in quegli anni che regalarono al mondo le loro magnifiche opere artisti come Dante Gabriel Rossetti, pittore esponente dei Preraffaelliti, (l’ampiamente citato in questo blog) Charles Dickens, che seppe raccontare perfettamente i problemi sociali che segnarono quest’epoca, le sorelle Brontë, autrici di capolavori come Jane Eyre, Robert Browning, poeta che sviluppò (ma non inventò, esisteva in una forma diversa da ben prima) il Dramatic Monologue (monologo che ha forma di testo poetico, in cui il personaggio non parla a se stesso, come nel soliloquio, ma si rivolge ad un determinato interlocutore), George Bernard Shaw, drammaturgo autore del celeberrimo Pygmalion, da cui è stato tratto decenni dopo il musical My Fair Lady, per finire con l’immenso Oscar Wilde, del quale è difficile citare un’opera soltanto.

L’Inghilterra vittoriana vide anche l’affermarsi dell’industria, e per celebrare questo sviluppo nel 1851 si tenne a Londra, a Hyde Park, dal 1° maggio all’11 ottobre, la Grande esposizione universale, la prima nella storia.
All’inizio, però, quando Vittoria salì al trono, la situazione non era esattamente rosea: durante i primi dieci anni del suo regno, periodo che passò alla storia come ‘hungry Forties’ (gli affamati anni Quaranta), nella classe operaia serpeggiava il malcontento, a causa di una crisi industriale. I lavoratori si riunirono in associazioni per combattere insieme per la conquista di diritti di vario tipo (due fra tutti, il suffragio universale e la possibilità di avere dei rappresentanti della classe operaia in Parlamento). Stavano nascendo le Trade Unions, i nostri sindacati.
All’inizio, come è facile immaginare, il governo osteggiò queste unioni, ma tra il 1825 e il 1826 finalmente vennero legalizzate, diventando sempre più forti. Il primo congresso dei sindacati ebbe luogo nel 1868.
A questo punto i lavoratori potettero presentare i loro primi rappresentanti politici, e nel 1892 fu fondato il Partito laburista indipendente, che rafforzò col tempo il suo potere, portando nel 1900, poi, alla nascita del Partito laburista britannico moderno.
In generale, l’era vittoriana fu caratterizzata da una serie di conquiste sociali e di riforme, tra le quali il Ten Hours’ Act del 1847, che limitava le ore lavorative a dieci al giorno, per uomini e donne, il Mines Act (1862) che proibiva l’impiego di donne e bambini nelle miniere; nel 1850 fu adottata la cosiddetta English week, che consisteva nel lasciare liberi i lavoratori di dedicare il sabato pomeriggio ai piaceri.
Nonostante le conquiste politiche, tuttavia, la classe operaia continuava a vivere nei sobborghi, dove le condizioni igieniche erano pessime e si diffondeva facilmente il colera.
La povertà, qualsiasi origine avesse, veniva considerata un crimine e perseguita: i debitori venivano puniti con la prigione, e allora più che mai la vita in carcere era terribile.
Anche il sistema scolastico era pessimo: gli insegnanti spesso erano incompetenti e per mantenere la disciplina non si esitava a usare punizioni corporali.
Questa coesistenza di sviluppo e progresso da una parte e povertà e ingiustizia dall’altra venne definita ‘compromesso vittoriano’.
A questo punto molti riformatori e teorici cercarono di trovare delle soluzioni per migliorare a tutti i livelli le condizioni di vita degli inglesi, riguardo la sanità, la scuola e le condizioni carcerarie. Grazie a questo atteggiamento si arrivò all’approvazione di così tante riforme.
In questo clima, nel 1884 fu fondata la ‘società fabiana’: ispirata da teorie marxiste, prendeva il nome da Quinto Fabio Massimo, generale romano detto ‘il Temporeggiatore’, e proponeva di attuare riforme graduali invece di misure drastiche e immediate.
Un’altra caratteristica del vittorianesimo fu l’atteggiamento estremamente puritano: il sesso divenne un argomento tabù e tutte le parole ad esso legate, anche solo vagamente, erano bandite dal linguaggio quotidiano. Le maniere e il modo di parlare dovevano mantenere la massima sobrietà. Le donne dovevano essere fragili, innocenti e pure, i padri di famiglia autoritari, le mogli sottomesse. Anche gli uomini, in ogni caso, erano tenuti a sottostare a un preciso codice di comportamento: scommettere, bestemmiare e bere erano vietati.

L’età vittoriana fu anche il periodo di massima espansione del colonialismo britannico, tanto che arrivò a comprendere Canada, Australia, Nuova Zelanda, India, Sri Lanka (allora chiamato Ceylon), Malesia, Singapore, Hong Kong, Gibilterra, Malta e Cipro.
Sicuramente la guerra più importante affrontata dai britannici in quei decenni fu quella di Crimea, che aveva avuto origine da una disputa tra Turchia e Russia a proposito dei confini dell’impero turco; l’Inghilterra (come la Francia) si schierò al fianco della Turchia.
La guerra durò due anni, dal 1854 al 1856, la Russia fu sconfitta, ma i britannici dovettero guardare in faccia la realtà: il loro esercito era mal organizzato, soprattutto dal punto di vista della sanità. Quando si diffusero le notizie sulle condizioni pietose in cui i soldati feriti venivano tenuti, una giovane donna di nobili origini, Florence Nightingale, definita ‘la donna con la lanterna’, partì per la Crimea per prestare soccorso e organizzare gli ospedali da campo; per questo è considerata la fondatrice dell’infermieristica moderna. 

Nel 1901 la regina Vittoria morì; era stata una regina molto amata e nella sua vita aveva rappresentato tutte le virtù nelle quali gli inglesi credevano: dovere, moralità e amore per la famiglia, senza mai dimenticare i problemi della sua gente.

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